• Moda, 'a casa' 300mila lavoratori, bruciato un terzo ricavi
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Moda, 'a casa' 300mila lavoratori, bruciato un terzo ricavi

Ey-Cdp-Luiss Business School. Puntare su digitale e eco-friendly

Roma ANSAcom
 Sono 300 mila i lavoratori messi in stand-by nel settore della moda a causa dell'emergenza Covid. Le imprese del comparto hanno risentito duramente del lockdown. Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sull'occupazione. Le persone rimaste a casa, non ancora licenziate per via il divieto imposto per legge, "ammontano a circa 300 mila", che rappresentano altrettante famiglia, "di cui 130 mila nel settore retail", avverte la responsabile mercati dell'area mediterranea di Ey, Stefania Radoccia, nel corso del dibattito organizzato con Cassa depositi e prestiti e Luiss Business School. Il 'Digital Talk Italia Riparte' dedicato al "Made in Italy nel Fashion&Luxury".
 
Un ramo della manifattura italiana che fino allo scorso anno vantava un un fatturato di oltre 80 miliardi di euro, per quasi 500 mila addetti. Adesso, per il 2020, le previsioni indicano ricavi in discesa tra il 27% e il 35%. Un aumento della disoccupazione ancora peggiore, dal 30,4% fino a superare il 38%. Queste le stime alla base dello studio condotto da Ey, Cdp e Luiss Business School. Nonostante le ingenti perdite causate dalla pandemia l'analisi mette in luce i punti di forza della moda italiana e le sfide da affrontare subito per il rilancio del settore e del Paese. Digitale, prodotti eco-friendly, riqualificazione del personale. Ma servono. è la raccomandazione, anche aiuti agli investimenti e strategie per recuperare terreno all'estero.
"Per mantenere l'occupazione bisognerà lavorare sul 'reskilling' e 'upskilling' delle competenze, soprattutto digitali che serviranno per aumentare le vendite online", suggerisce Radoccia. E ricorda come i lavoratori siano "artigiani per la gran parte, perché le aziende del settore sono medio-piccole, oltre il 70% ha un fatturato al di sotto dei 10 milioni di euro mentre quelle sopra i 500 milioni sono meno dell'1%. Sono quindi aziende piccole che lavorano in distretti e per filiere altamente professionalizzate". Ecco che per Radoccia occorre reagire puntando sulla formazione e sulla tecnologia, visto che la direzione "omnicanale" è quella, per il retail, che si si sta sempre più affermando.
 
Il problema del settore è il doppio shock, sia dal lato "della domanda" che da "quello dell'offerta", evidenzia il capo economista di Cdp, Andrea Montanino, sempre nel corso del 'Digital Talk'. "Di solito c'è un forte scostamento temporale tra la progettazione e l'immissione sul mercato delle collezioni. E nei mesi del lockdown si è accumulata merce che non vedrà luce sul mercato perché ormai vecchia e non si è potuto produrre le collezioni successive, o almeno i tempi sono stati brevissimi. Con il rischio che la crisi si prolunghi in avanti", spiega Montanino. Pesa, poi, dice, "la limitazione dei viaggi, c'è un pezzo del turismo che viene in Italia per fare shopping. Nel 2019 si stima che si attesti tra il 14% e il 15% degli stranieri venuti in Italia. Una fetta importante - rimarca - che mancherà". Adesso per il capo economista di Cdp si tratta di fare leva sui "punti di forza del settore", che "bisogna mantenere". E, tiene ad evidenziare, sono: "artigianalità, tradizione, innovazione e flessibilità". Un comparto fatto di "aziende piccolissime" ma che ha "un saldo commerciale positivo per 33 miliardi, ovvero 2 punti di Pil, questo al 2019". Quindi, conclude, "ci sono speranze positive".
 
E c'è anche l'auspicio di assistere a un reshoring, ovvero al rientro, delle produzioni non solo in Ue ma anche in Italia. Se lo augura il direttore della Business School della Luiss, Paolo Boccardelli, partecipando anche lui al dibattito Pezzi di produzioni che erano stati delocalizzati "potrebbero ritornare nel nostro Paese e alimentare la capacità di crescita", spiega. Per fare ciò le aziende devono, secondo Boccardelli, "essere ben equipaggiate, anche con le nuove tecnologie". Senza dimenticare, sottolinea, che "anche la sostenibilità è un driver importante, consentendo al sistema moda di investire nei materiali eco-friendly e nell'economia circolare". Vero è, riconosce, che "il peso delle vendite dei clienti non italiani sul totale è molto significativo. Ma per il 2021 ci sono prospettive di recupero, con alcuni Paesi che mostrerebbero tassi di crescita del Pil maggiore. E potrebbero essere proprio quelli i Paesi che attivano processi di acquisti dei prodotti". Sicuramente poi, rimarca, è necessario "agevolare la crescita dimensionale delle imprese, aiutandole a finanziare l'innovazione, non tanto nella creatività, che agli italiani non manca, ma piuttosto per quel che riguarda i nuovi materiali".
 
L'attuale crisi può essere dunque anche un'opportunità per la moda. Non buttando via quanto conquistato finora. Ma è anche il momento, come emerge con decisione dal dibattito, di spingere sulla tecnologia. Arricchendo il prodotto anche di nuovi valori come la sostenibilità e la lotta al cambiamento climatico.
 

In collaborazione con:
EY

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