Società & Diritti

Inclusione, il 41% dei giovani LGBT+ non dichiara il proprio orientamento sessuale

Ricerca in 15 paesi su inclusione al lavoro

Cerimonia matrimoniale Lgbt di massa a Manila nelle Filippine © EPA

Più della metà dei giovani LGBT+ (il 58%) non dichiara sul luogo di lavoro il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere per timore di discriminazioni da parte di dirigenti o colleghi, e tra questi una persona su tre (il 31%) ammette di aver preferito non dichiarare il proprio orientamento sessuale al primo impiego, con un picco del 41% nella fascia d'età compresa tra i 18 e i 25 anni.

Da una nuova ricerca indipendente commissionata da Vodafone alla società di consulenza Out Now, che ha intervistato più di 3.000 giovani LGBT+ in 15 paesi, emergono i motivi principali che inducono i giovani LGBT+ a non dichiarare il proprio orientamento sessuale sul posto di lavoro: innanzitutto la preoccupazione di una reazione negativa da parte dei colleghi (60%), e poi il timore che venire allo scoperto possa influire negativamente sulle prospettive di carriera (42%) o sulle probabilità di ottenere una promozione (33%). Molti degli intervistati ammettono che non aver dichiarato il loro status LGBT+ ha avuto ripercussioni negative dal punto di vista lavorativo, e quasi un terzo (28%) dichiara che la cosa ha inciso sulla sua produttività.

La ricerca ha inoltre rilevato che al primo impiego più della metà degli intervistati ha preferito non dichiarare il proprio orientamento sessuale al suo diretto superiore, e il 37% non lo ha fatto neppure con i colleghi. Queste percentuali calano rispettivamente al 13 e 8% quando gli intervistati parlano dell'impiego attuale, un dato che mette in evidenza la necessità di un sostegno per i giovani LGBT+ che si affacciano nel mondo del lavoro.

Questa ricerca, assieme alle informazioni raccolte tra i dipendenti LGBT+ dell'azienda, ha dato forma a “LGBT+ Friends Connect”, un nuovo programma internazionale che si pone l'obiettivo di sostenere persone LGBT+ al loro primo impiego e di formare in tal senso i dirigenti.  La multinazionale di telefonia cellulare è stata tra le prime aziende ad impegnarsi formalmente con una “Agenda dell’inclusione”, con una serie di azioni concrete negli ambiti di genere, generazione, orientamento sessuale, e background. Per quanto riguarda l’orientamento sessuale riconosce diritti e welfare per le unioni civili, dalla licenza matrimoniale per le coppie dello stesso sesso, fino all’estensione della copertura sanitaria integrativa.

Ulteriori risultati della ricerca:

• Un intervistato su cinque (21%) ha detto che la cosa più difficile che ha fatto è stata dichiarare il proprio orientamento sessuale sul posto di lavoro.
• Tre quarti dei dipendenti LGBT+ (76%) hanno nascosto almeno una volta il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere sul posto di lavoro.
• Ad oggi, per timore di subire discriminazioni, solo il 29% delle donne LGBT+ d'età compresa tra i 18 e i 35 anni ha dichiarato il proprio orientamento sessuale sul posto di lavoro, rispetto al 44% degli uomini.
• Per l'83% degli intervistati sapere in maniera chiara e manifesta che i dirigenti prendono sul serio il tema dell'inclusione LGBT+ aiuterebbe a non avere timore di venire allo scoperto.
• L'83% degli intervistati preferirebbe lavorare per un datore di lavoro che abbia leader dichiaratamente LGBT+, e che siano amici e sostenitori LGBT+.

  • Redazione ANSA
  • 12 luglio 2018
  • 13:06

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