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Alex Britti, finalmente sono libero di fare un album strumentale

Esce Mojo, "dopo tanti anni lo sentivo quasi come dovere morale"

"Un'esigenza morale. Un dovere". Prima di tutto verso se stesso. E' stata questa la spinta che ha portato Alex Britti, il musicista Alex Britti, a realizzare un progetto che covava da sempre: pubblicare un disco strumentale, "Mojo", in uscita il 1 luglio (It.Pop distr. Believe). Il primo della sua carriera, a 30 anni esatti dall'esordio discografico con l'album che portava il suo nome. "La domanda non è perché l'ho fatto, ma perché ho aspettato così tanto - racconta l'artista nella pace mattutina della Casa del Jazz a Roma, dove sabato sarà in concerto -. C'erano vincoli artistici, con le major non avrei mai potuto: loro puntano all'immediato, al profitto. Sempre più spesso creano casi da frullatore e non artisti", dice togliendosi qualche sassolino dalla scarpa, lui che già da tempo ha una sua etichetta indipendente. "E' figo avere un milione di visualizzazioni, ma è ancora più figo averne 200mila oggi, tra un anno, tra cinque anni. Chi vince veramente non lo vedi dal numero dei follower ma da chi canticchi ancora dopo 10 anni". Tornando al disco, "non era facile perché se di mestiere fai il cantautore non è così semplice e immediato switchare. Dopo anni lo sentivo come un'esigenza morale, come un dovere. Ero stanco di inserire parti strumentali tra una canzone e l'altra nei dischi". E rivendica un'identità e un cambiamento nel suo essere musicista: "Se adesso sono questo è inutile sforzarmi a essere qualcos'altro". Ad agevolare la pubblicazione di Mojo è anche "la confusione che c'è nel mondo, il cambiamento culturale e tecnologico in corso da almeno 20 anni. Sono cadute tante barriere, si parla di fluidità ovunque e in questo momento può valere tutto. E allora io faccio un disco come mi pare e basta". Da sempre apprezzato bluesman, non solo in Italia ma anche all'estero, il quasi 54enne romano nel nuovo album fonde la sua sensibilità ritmica e armonica con lo stile inconfondibile e l'unicità del suono della sua chitarra. Prende spunto dal blues, ma attinge a piene mani da qualsiasi genere sia del passato che presente, spaziando da suoni tradizionali a quelli più sperimentali: "un melting pot delle fluidità. Mojo è un disco con diverse sonorità che racchiuderei in 'blues e dintorni' anche se non mancano il jazz, il funk e il rock. Tutti generi che ho studiato e che fanno parte della mia formazione artistica". Un disco da ascoltare "e non solo da intrippati della chitarra perché in qualche modo ho mantenuto un'anima pop", che accarezza l'anima profonda degli Stati Uniti, quella più sognatrice ma allo stesso tempo concreta dell'Europa, la passione latina. Il titolo dell'album fa riferimento alla magia popolare del Hoodoo e indica un amuleto, un portafortuna. "In realtà non sono superstizioso. Non credo alla fortuna o alla sfortuna, ma solo alle cose belle che mi fanno star bene. Il titolo riporta anche a chiari territori musicali, che partono dall'Africa e arrivano in America". L'obiettivo è quello di accendere i riflettori su una musica "alla quale spesso non viene data tanta importanza, e la colpa è anche di noi musicisti che non gli diamo abbastanza spazio. Assumiamoci la responsabilità e cerchiamo di proporre cose diverse".

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