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I 'Racconti romani' di Jhumpa Lahiri

Premio Pulitzer rende omaggio a sua città d'elezione e a Moravia

JHUMPA LAHiRI, 'RACCONTI ROMANI' (GUANDA, PP. 256, 17,00 EURO)

L'italiano è diventatao la lingua "della creatività, dei sogni, la chiave che apre la porta" per Jhumpa Lahiri, la scrittrice Premio Pulitzer, nata a Londra da genitori bengalesi, della quale sono appena arrivati in libreria per Guanda i 'Racconti romani'. Nove storie in cui troviamo lo spaesamento e lo sradicamento ma anche la vitalità di sentirsi stranieri, con un omaggio alla città d'elezione in Italia dell'autrice, Roma, e ad Alberto Moravia, scrittore amatissimo riecheggiato nel titolo. "Ormai da dieci anni scrivo in italiano. Un italiano in cui tutt'ora mi sento sia a casa, radicata, sia fuori luogo. C'è questa doppia realtà che secondo me mi fa molto bene" dice all'ANSA Lahiri che da dieci anni vive a Roma e dal 2023 insegnerà al Barnard College della Columbia University di New York. "C'è sempre una tensione verso tutto, verso la lingua, le parole, le frasi. Ed è una metafora della vita, dell'esistenza.

Così come con Roma ho questo rapporto da dentro e da fuori, mi sento super radicata, a casa, ma anche no. Proprio come il primo racconto del libro che s'intitola 'Il Confine'. Sono io al confine, sempre lì, in quella posizione. Roma per me è il confine, è molto importante" racconta la scrittrice, al quinto libro scritto in italiano e al terzo di racconti. Ma come è nato questo amore per la città eterna? "Roma ha scelto me alla fine, è una cosa un po' reciproca, come i grandi amori" spiega Lahiri che vive a Trastevere. Nei nove racconti del libro c'è il suo sguardo sulla città di oggi, degli ultimi anni, con i suoi problemi. "Non riesci ad amare pienamente una persona, un luogo, senza essere consapevole dei difetti, del lato negativo, problematico. E' importante perché chi viene da fuori cerca spesso la cartolina: la Roma sempre bella, piena di cultura. C'è una specie di cecità verso il lato più problematico, le tensioni, la parte violenta della città. Io che sono in una posizione di mezzo, un po' come chi traduce che deve sentire entrambe le lingue, riesco ad assorbire un po' tutto. Mi interessa molto, come interessava a Moravia, la realtà di questa città che è un po' onirica, irreale. Mi chiedo spesso, ma è possibile che esista una città del genere? Quel contatto con il passato, i secoli, l'antichità e la bellezza umana per strada è una cosa che provo soltanto a Roma" sottolinea la scrittrice che ha ricevuto in questi giorni a Pordenone il 'Premio FriulAdria Credit Agricole La storia in un romanzo' e a Roma il Premio Medaglia di Roma. La maggior parte dei racconti romani di Jhumpa Lahiri nascono da conversazioni che ha fatto andando un po' in giro. "C'è un misto di prospettive. Ci sono anche romani non di origini straniere che si sentono fuori luogo. In ogni libro che scrivo il tema dominate è quello dello straniero. Se ci pensi siamo tutti stranieri e questa cosa dell'appartenenza è una nostra invenzione" spiega.

Autrice di otto libri, tutti pubblicati in Italia da Guanda, Lahiri ha una passione particolare per racconti. "Li ho sempre amati. Sono diventata scrittrice grazie a Cechov, ai racconti di Joyce, Svevo. Credo siano poi la forma ideale per raccontare Roma perché Roma è tutta un racconto. Incontri una persona per strada e ti regala un micro racconto. E' bello questo, c'è il desiderio di condividere". I racconti romani di Moravia "mi hanno fatto scoprire la città prima di arrivare a Roma. Per me è uno scrittore fondamentale. Lo adoro per la scrittura, la limpidezza, la precisione e per il modo in cui mescola tutti i mondi, la borghesia e la Roma più popolare" dice. All'estero, spiega, "si è risvegliato un interesse per la letteratura italiana "sulla scia del fenomeno Elena Ferrante. C'è più attenzione e curiosità. Vedo in giro più traduzioni dall'italiano, ma c'è ancora un po' di strada da fare" sostiene. 

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