Chirurgia parodontale quando? Se i difetti sono profondi e con lesioni delle forcazioni

Risponde il dottor Giacomo Piacentini della SIdP

Redazione ANSA

La parodontite è una malattia infettivo-infiammatoria cronica che si manifesta con la distruzione delle strutture di supporto del dente e che può provocare la perdita di uno o più elementi dentari. Essa è determinata dalla presenza di specie batteriche patogene che colonizzano il solco gengivale e che provocano una risposta immunitaria da parte dell’ospite. La malattia parodontale può manifestarsi sotto forme di gravità ed estensione crescente e può colpire soggetti in fasce di età diverse. L’obiettivo principale della terapia parodontale è di arrestare la progressione della malattia e di ridurre la carica batterica ad un livello compatibile con la salute individuale: infatti l'attuale definizione di successo parodontale si esprime al meglio come uno sforzo per preservare la dentatura naturale associata al raggiungimento del benessere dei pazienti La terapia non-chirurgica della parodontite si basa sulla rimozione meccanica dei depositi di placca e tartaro sopra e sotto-gengivali. Essa viene effettuata mediante strumenti sonici o ultra-sonici e strumenti manuali. Nei casi in cui dopo questa fase siano ancora presenti dei difetti parodontali è possibile fare una seconda fase di strumentazione meccanica (ritrattamento) oppure ricorrere alla terapia chirurgica, il cui obiettivo è quello di correggere i difetti residui più profondi in modo che il paziente possa successivamente mettere in atto le manovre d’igiene orale adeguate e mantenere la guarigione ottenuta con la indispensabile terapia di supporto. Ma è sempre necessario fare chirurgia per salvare i denti? Di recente è stata pubblicata una revisione della letteratura (Suvan et al. 2020) da cui emerge che nel 74% dei casi, a distanza di 6-8 mesi, la terapia non-chirurgica è efficace nel trattamento della parodontite: questo significa che se essa viene effettuata correttamente e il paziente segue le istruzioni che gli vengono fornite dal dentista e dall’igienista dentale è possibile ridurre la necessità di terapie più avanzate, limitando i costi e l’invasività dei trattamenti. Ciò non significa che la chirurgia parodontale sia inutile. Infatti ci sono situazioni in cui essa si rende necessaria, in particolare nei casi con un grado di compromissione avanzato. Infatti la presenza di tasche parodontali residue superiori a 8 mm comporta un rischio aumentato di progressione della malattia (Matuliene et al. 2008) e e quindi di perdita di elementi dentari. In presenza di difetti parodontali residui profondi la terapia chirurgica si è dimostrata efficace e necessaria, come si evince dai dati di una recente revisione della letteratura (Sanz-Sanchez et al. 2020): in questi casi, soprattutto in presenza di difetti infraossei o delle forcazioni, deve essere raccomandata al paziente da parte del parodontologo l’esecuzione di un intervento di chirurgia parodontale correttiva, in grado di modificare il tessuto di sostegno che circonda il dente quindi di migliorare la prognosi e la sopravvivenza in bocca del dente. E’ possibile effettuare chirurgia parodontale in tutti i pazienti? Queste terapie rappresentano una procedura di elezione a cui si fa ricorso solo in alcune situazioni cliniche, solo dopo aver effettuato una corretta terapia non-chirurgica e solo quando il paziente ha raggiunto un controllo di placca e dell’infiammazione soddisfacente. Nelle situazioni sopra indicate rappresentano l’opzione strategica necessaria per fermare la progressione della malattia parodontale.  

 

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA