Oltretevere

Dopo 100 anni la Chiesa cattolica va via dall'Afghanistan

Capo-missione Scalese rientrato in Italia con suore Madre Teresa

(di Fausto Gasparroni) (ANSA) - ROMA, 26 AGO - "Mission accomplished", missione compiuta: sono le prime parole, affidate ieri sera a Twitter, di padre Giovanni Scalese, prete barnabita, dal novembre 2014 superiore della missione cattolica 'sui iuris' dell'Afghanistan nonché cappellano dell'Ambasciata italiana a Kabul, dopo il suo rientro a Fiumicino col ponte aereo delle autorità italiane. Con lui, in salvo in Italia anche 5 suore, tra cui le missionarie della Carità di Madre Teresa e un'altra religiosa che presta servizio per la Ong Pro Bambini di Kabul (Pbk), oltre a 14 piccoli disabili, alcuni in gravi condizioni, assistiti in Afghanistan dalle suore della Carità.
    "Ringraziamo il Signore per il buon esito dell'operazione - ha aggiunto il sacerdote -. E ringrazio anche tutti voi che in questi giorni avete innalzato a lui incessanti preghiere per noi, preghiere che evidentemente sono state esaudite. Continuate a pregare per l'Afghanistan e per il suo popolo". Scalese era l'unico prete cattolico presente ancora in Afghanistan, e il suo rientro in Italia segna la fine di un secolo di presenza della Chiesa cattolica nel martoriato Paese.
    Una comunità dalla lunga storia: nel 1919 l'Italia fu la prima nazione occidentale a riconoscere l'indipendenza dell'Afghanistan e, come segno di gratitudine, col trattato italo-afghano del 1921 ottenne di poter ospitare nella propria rappresentanza diplomatica una cappella per i fedeli cattolici stranieri, l'unica chiesa di Kabul. Ci vollero anni, però, prima che potesse arrivare anche un prete: accadde solo nel 1931, quando Pio XI l'affidò ai barnabiti che da allora si sono alternati a Kabul. Nel 2002 - nel clima di speranza di quella stagione - Giovanni Paolo II elevò questa presenza al rango di 'missio sui iuris', il primo passo canonico per la costituzione di una Chiesa locale. Ma le difficoltà erano rimaste grandi: i governi afghani hanno sempre tollerato solo un punto di riferimento per stranieri, funzionari e militari cattolici, vietando ogni attività di evangelizzazione tra gli afghani. La missione è stata retta come superiore da padre Giuseppe Moretti fino al novembre 2014, e da allora, per sette anni, da padre Scalese.
    E col ritorno dei talebani questa storia ora si chiude. "Solo il primo giorno, tra il 15 e il 16 agosto, quando non si sapeva che cosa potesse succedere, ho provato un po' di preoccupazione - racconta Scalese al Sir -. Ma già dal giorno dopo, stando dentro l'ambasciata, ero tranquillo. Fuori i cancelli della nostra rappresentanza diplomatica c'erano i talebani che se avessero voluto farci del male avrebbero potuto. Ma non è successo assolutamente nulla". "Ero preoccupato di più per le suore della Carità che invece erano rimaste nelle loro case ed erano quindi più esposte ed impaurite - spiega -. In tutto questo tempo che siamo rimasti a Kabul in attesa di imbarcarci non ci siamo mai sentiti soli, sia la Chiesa - ero in continuo contatto con la Segreteria di Stato - sia le Istituzioni italiane, infatti, ci sono state vicino. Il Papa era interessato alla vicenda e la seguiva. Continuiamo a pregare per l'Afghanistan. Non abbandoniamo questo Paese e il suo popolo sofferente". "Riuscire a partire non è stato facile - racconta ancora il padre barnabita -. Qualche giorno fa avevamo fatto un tentativo ma senza esito. Avvicinarsi allo scalo della capitale era molto pericoloso. Per rendersene conto basta guardare le immagini televisive che arrivano dall'aeroporto di Kabul. Un giorno eravamo arrivati a soli 50 metri dall'ingresso salvo poi restare bloccati oltre un'or, prima di tornare indietro perché la situazione stava degenerando. Siamo riusciti a varcare l'ingresso solo l'altra sera. Non è stato facile transitare in mezzo a tanta gente e all'enorme tensione".
    I talebani, tra l'altro, "avevano diramato un avviso che avrebbero chiuso le strade per l'aeroporto agli afghani, consentendo il passaggio solo agli stranieri. Appena arrivati siamo stati imbarcati su un volo militare che dopo uno scalo in Kuwait è giunto a Roma. A Kabul la situazione appare tranquilla, i problemi sono in aeroporto".
    E sulla possibilità di un dialogo con i talebani, il religioso barnabita invoca "un po' di realismo", spiegando: "Provare ad allacciare un dialogo perché bisogna essere realisti. Non si possono assumere posizioni intransigenti e di principio in questa fase. Serve dialogare per cercare di ottenere determinati risultati. Una chiusura totale a cosa potrebbe servire, a cosa potrebbe portare? E soprattutto che ne farebbe le spese? Il popolo afghano, nessun altro". (ANSA).
   

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