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Riva a teatro tra dolori, gol e riflessioni sulla vita

Anteprima a Cagliari dello spettacolo "Luigi" con Luca Ward

di Stefano Ambu

È un Riva che non segna. Ma che è più filosofo del suo allenatore preferito, Manlio Scopigno, quello dell'anno dello scudetto. Si interroga allo specchio, si fa domande sul senso della vita. Si chiede: chi sono io. Non ha la maglia rossoblu, ma ha i capelli bianchi. E, seduto in una poltrona verde, parla con se stesso e con Dio. E gioca l'ultima sfida, quella dell'immortalità. Non perché voglia che il suo mito sia eterno: gloria e successi sono il passato, senza rimpianti. Ma per chiudere il cerchio. Per riprendersi la sua infanzia, sconvolta dai letti di morte: del padre, della madre e della sorella.

È un Rombo di tuono mai visto e mai sentito quello dell'opera di Giorgio Pitzianti, "Luigi", andata in scena in anteprima ieri all'auditorium del Conservatorio G.P. da Palestrina di Cagliari, proprio quattro giorni dopo il suo 77/o compleanno. Ma l'11/11, undici come la sua maglia ritirata per sempre dal campo dal club rossoblu. La voce che ha raccontato i pensieri del bomber è stata quella di Luca Ward. "Io ho vissuto Riva - ha raccontato l'attore-doppiatore dopo lo spettacolo - e ho faticato molto in questa interpretazione. Perché alcuni aspetti della sua vita sono stati identici a quelli della mia vita".

Lui, Gigi Riva non c'era. Mai amate le "prime" e le celebrazioni. Sempre stato schivo: impossibile per lui essere spettatore di uno spettacolo che - parole di Pitzianti - nasce proprio dalla voglia di scoprire che cosa c'è dietro lo sguardo di Luigi. Dietro quegli occhi c'è una vita in sei atti raccontata, non solo da Ward, ma anche dalle musiche originali cantate e suonate dagli artisti del Conservatorio di Cagliari.

Un cammino di dolore che inizia con un'infanzia felice nella casa e nei boschi di Leggiuno con tutti i familiari accanto. E che diventa dramma con la morte del padre, della sorella e della madre. Il collegio è quasi una prigione. La Sardegna è una liberazione: un'isola di pace, la nuova famiglia in cui Riva si sente di nuovo vivo. Con una impresa, lo scudetto, che diventa un atto di giustizia nei confronti di una Sardegna che vuole, come lui, una rivincita. Ma a Riva la gloria non basta: baratterebbe - questo il senso del quinto atto - gloria e trionfi per riavere la sua infanzia. Poi il monologo finale, quasi una scommessa con il Padreterno. "Punto tutto sulla vittoria impossibile - dice a se stesso - voglio rivedere la mia famiglia. Se vinco, tutto ha un senso. Io sono Luigi". E giù applausi per una Cagliari che ha scelto di riempire di nuovo un teatro in onore della sua leggenda vivente. 
   

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