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Hitler e l'eterna seduzione del male

Il pericolo costante da populismo e ricerca di capi carismatici

DAVIDE JABES, IL LEADER. ADOLF HITLER: LA MANIPOLAZIONE, IL CONSENSO, IL POTERE (Solferino, pagine 251, 18 euro)

"Hitler aveva una capacità quasi medianica di comprendere le più profonde aspirazioni del popolo tedesco". A quasi ottant'anni dalla sua morte nel bunker della Cancelleria a Berlino ha ancora senso interrogarci sulla sua eredità e sulla modernità della sua leadership? La risposta è: ora più che mai.
    Basta leggere il volume Il leader, su Adolf Hitler: la manipolazione, il consenso, il potere scritto dallo storico Davide Jabes. Un libro scorrevole, divulgativo, con alla base la volontà di non volere essere tanto una nuova ricerca sull'attività del dittatore tedesco, quanto una riflessione sulla sua 'presenza'. Sulla insondabile ma ricorrente seduzione esercitata dal despota sulle masse che lo acclamano. Una necessaria lettura da fare superando "il naturale disgusto" verso la persona e la ricerca del nemico da annientare, a partire dagli ebrei, suggerisce l'autore, per iniziare "seriamente a preoccuparci di come avrebbe impostato l'esistenza dei suoi 'amici', ovvero di quel mondo che lo idolatrava o quanto meno gli ubbidiva".
    "In Italia, non molti anni fa, durante un quiz televisivo nessuno dei concorrenti seppe rispondere a una semplice domanda: quando era andato al potere Adolf Hitler", ricorda Jabes nella prefazione al libro. Il Fuhrer "diede risposta a masse di diseredati, di persone schiacciate da un presente terribile promettendo loro un futuro radioso, il tutto risultando credibile e onesto (questa forse la sua performance 'artistica' migliore). Perché non considerare la sua pericolosa eredità non degna della massima attenzione, quando oggi una moltitudine assai maggiore aspetta di essere sollevata dallo stato di costante miseria economica e sociale in cui versa?".
    Il volume analizza la giovinezza di Hitler, il condizionamento disturbante avuto dalla sua famiglia di origine nonché la giovinezza trascorsa a Vienna, dove sviluppa quel rifiuto della società multiculturale, multilinguistica per abbracciare a Monaco sintesi più semplificatrici e rispondenti al suo bisogno di cercare il nemico a tutti i costi. Le trova nella destra bavarese e nell'antisemitismo che l'alimenta, nella sua disordinata e caotica costruzione di un modello illustrato con enfasi in un crescendo retorico ma quasi musicale. Per questo Jabes sottolinea l'importanza della passione di Hitler per Wagner e le sue frequentazioni dei teatri. Sono descrizioni e ricostruzioni molto suggestive, capaci di trasportarci nel vissuto di un uomo di cui vorremmo non parlare più, mentre l'autore con professionale distacco ci mostra uno per uno quali sono i possibili agganci con l'attualità. Sta a noi scegliere di interrogarci sul tema o chiudere il libro e ancora una volta far finta di niente, sperando che tutto si risolva da sé. 
   

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