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Giorgio Manganelli, i 100 anni dello scrittore 'fool'

Più che mai attuale tutta la sua letteratura come menzogna

"Non v'è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell'anima" scriveva Giorgio Manganelli, scomparso nel 1990 e di cui il 15 novembre si celebrano i cento anni dalla nascita nel 1922, nel suo celebre saggio del 1967 'Letteratura come menzogna'. E dandoci così indicazioni sulla propria poetica e impegno nella scrittura, proseguiva: "Diserzione da che? Da ogni ubbidienza solidale, ogni assenso alla propria e altrui buona coscienza, ogni socievole comandamento.... Lo scrittore è anche buffone, un fool: l'essere approssimativamente umano che porta l'empietà, la beffa, l'indifferenza, fin nei pressi del potere omicida. Il buffone non ha collocazione storica, è un lusus, un errore".
    Così, fin dai primi libri, nati durante le frequentazioni assidue delle riunioni del Gruppo 63, 'Hilarotragedia' del 1964 e 'Nuovo commento' del '69, sembra tener fede a queste enunciazioni, a un'apparenza dissacratoria che in realtà è fiducia proprio nella letteratura, nella scrittura con cui rivendicare la supremazia assoluta della lingua sui contenuti, sul messaggio. Il primo, sorta di catalogo delle angosce di quella discesa agli inferi che è la vita umana, è tutto un susseguirsi di illazioni, chiose, aneddoti che spostano continuamente la prospettiva del discorso, destinato a non concludersi mai, tanto che il libro si chiude con due punti, come a introdurre altre ipotesi che però non ci sono. Tutto contrassegnato da una spericolata ricerca lessicale, tra arcaismi e creazione di neologismi, per la costruzione di mille figure retoriche. Un estremismo espressivo, un scrittura come sfida e gioco che segnerà tutta la produzione, letteraria e critica di Manganelli. 'Nuovo commento' è costruito su un'infinita serie di note e commenti, che si generano uno dall'altro, a un testo inesistente.
    Accanto alla propria attività di scrittore, Manganelli, studioso e docente di letteratura inglese, ha sempre avuto un impegno come critico, oltre che traduttore (da Poe a Eliot), come testimoniano i volumi da 'Laboriose inezie' ad 'Angosce di stile', con alle spalle quell'idea che "se la letteratura è un sogno caotico e sfrenato, una città frequentata da cantafavole, buffoni, prèfiche a pagamento, ciarlatani virtuosi e predicatori di elaborati vizi, ecco che il recensore sarà il buffone del buffone, la spalla del grande tragico, la claque del meditabondo, il parassita del pedante", come scrisse per il risvolto di copertina a una raccolta di sue recensioni che non vide mai la luce. Questo senza dimenticare la notazione dedicata a Edmund Wilson, che ha "assolto puntigliosamente al compito del vero critico, che è quello di non capire alcune cose, di essere totalmente impervio a taluni valori, perché altri gli si svelino con incontestabile chiarezza".
    Così con il libro questo scrittore ironico e sulfureo aveva un rapporto di corpo a corpo, all'ultimo sangue per impadronirsi del suo lato più oscuro e intimo e, alla fine, riuscire a rivelarci di ciò che è riuscito a possederne, ed è spesso qualcosa di nuovo, anche relativamente a testi classici ben conosciuti. Anche perché a guidarlo c'era quella 'Concupiscenza libraria' che il curatore Salvatore Nigro ha usata di recente per titolo di una sua raccolta di recensioni "ampiamente rappresentativa della vastità dei suoi interessi, che non si arrestarono davanti a confini geografici, linguistici e temporali", di quella letteratura che, diceva, "è immorale e cui è immorale attendere".
    Molte le sue opere creative e si va da 'Lunario dell'orfano sannita' a 'Pinocchio: un libro parallelo', arrivando a quel 'Centuria' del 1979, l'unica sua prova di pura narrativa, che ebbe anche successo di pubblico e ottenne il Premio Viareggio.
    Composto da 'Cento piccoli romanzi fiume' (come recita il sottotitolo), ognuno di una sola pagina, è stato usato, come altri testi di Manganelli, anche in teatro: "Con la sua lingua inventata, i suoi sinonimi, le sue perifrasi, che devi riuscire a tirar fuori - ha detto Massimo Popolizio - è una grande palestra, meglio di un testo classico, con i brani scritti in terza persona che obbligano a scrollarsi di dosso ogni psicologismo e a recitare tirando fuori l'emotività".
    Scrittore disordinato, sempre all'inseguimento di curiosità e interessi a 360 gradi, come quando si appassionò al viaggiare, lasciandoci i reportage di 'Cina e altri Orienti', ha disperso un po' ovunque il suo lavoro, così che sono tantissimi i volumi usciti postumi che ordinano e raccolgono i suoi scritti più vari, dai saggi de 'Il rumore sottile della prosa' alle sue 'Interviste impossibili', da 'Il vescovo e il ciarlatano', riflessioni sull'inconscio e casi clinici (lui che per anni era stato in terapia da Ernst Bernhard, analista junghiano che ebbe importanza fondamentale anche come influenza sul piano letterario) a 'Incorporei felini', due volumi sulla letteratura inglese, solo per fare pochi esempi. La sua sterminata produzione comprende anche un numero non esiguo di 'Poesie', come si intitola un'ampia silloge uscita postuma, in maggioranza scritte prima del suo esordio nella prosa.
    Quanto al personaggio e alla sua vita, è appena arrivato in libreria per raccontarcelo, un volume della figlia Lietta Manganelli, con un titolo, 'Aspettando che l'inferno cominci a funzionare', che sembra rimandare a 'Hilarotragedia'.
   

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