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Sempre alla recherche di Marcel Proust 100 anni dopo

Quasi 4000 pagine in sette volumi da leggere come una serie tv

Il Novecento, il secolo che per vari motivi avrebbe avuto al suo centro il problema e la necessità della memoria, si aprì con una madelaine, il biscotto il cui sapore riporta all'infanzia e al ricordo di un mondo e tutta un vita per Marcel Proust, di cui il 18 novembre cadono i 100 anni dalla morte, nel 1922 a 51 anni, e che scrisse il suo capolavoro 'Alla ricerca del tempo perduto' a partire dal 1908 e ne pubblicò la prima parte nel 1913. Altri volumi dell'opera, portata a termine prima di morire, uscirono postumi sino al 1927. Da quel momento, la memoria di Proust, "l'immenso edificio del ricordo", comincia a lavorare, a ricostruire, a recuperare ciò che sembrava andato perduto e invece resiste e prende forma nella nostra mente e quella memoria, inconscia, inattesa, assume il valore esemplare di vero principio identitario, che dà un senso al presente e crea un ponte col futuro. Non solo ricostruzione di fatti e persone, ma indagine sui meccanismi con cui tutto ciò riprende forma e assieme indagine sui processi mentali, la psicologia personale e degli altri. La 'Recherche' sono quasi quattromila pagine scritte in prima persona, divise in sette parti (Dalla parte di Swann - All'ombra delle fanciulle in fiore - I Guermantes - Sodoma e Gomorra - La prigioniera - La fuggitiva - Il tempo ritrovato): una lettura che è un'impresa, ma che, anche senza le note e la scoperta di tutti i riferimenti precisi che rivelano un'epoca e un mondo, si può leggere lasciandosi trascinare dentro dalla musicalità della scrittura e dal gorgo di particolari che vanno a costruire l'insieme affascinante. Allora, alla fine, è coinvolgente, è stato detto, "come una serie tv", in cui inseguire vicende di famiglie e personaggi, scoprendo mondanità, feste e riti a cavallo del secolo, aristocrazia e borghesi, amicizie e rancori, amori di ogni genere, teneri e crudeli, perversi e gelosi. Del resto l'hastag #Proust su Istagram ha 115mila post.
    "A lungo mi sono coricato di buonora" è l'incipit ben noto che ci riporta alla situazione in cui l'opera fu scritta da un Proust sofferente, sdraiato in un letto di ottone, cercando di superare gravi attacchi d'asma in una stanza con pareti ricoperte di sughero e finestre ermeticamente chiuse per non far entrare polveri e rumori dall'esterno, luogo in cui morirà poi di polmonite e che oggi è stato ricostruito con molti parti originali al museo Carnevalet di Parigi. Misurandosi col tempo, che ha cambiato tutto negli anni, Marcel pensa di poter ritrovare il tempo perduto, quelle donne e quegli uomini, a cominciare all'inizio dalla mamma e la nonna, quali furono, ritrovando così se stesso, fissando tutto con la scrittura, con la sua arte. E riesce così a riportarle in vita, grazie appunto alla qualità del suo stile e a un'indagine nuova penetrante, finemente psicologica. E gli approfondimenti quasi saggistici sui sentimenti, la memoria, il sonno, poi la minuziosità con cui annota tutto, costumi, pensieri, vizi, gesti, particolari quotidiani non sono dispersivi, ma creano una fortissima amalgama unitaria dai risultati vitali, con un fondo legato alla tradizione moralista e degli essais francese, ma anche un occhio benevolo verso l'umanità con un filo di lieve ironia. Persino la sua scrittura, le frasi lunghe, tortuose, ipotattiche, subordinate, partecipano a questo lento irretire il lettore. Se la prima parte pare un flusso inarrestabile quasi automatico di ricordi, è solo andando avanti che si percepisce la grande, coerente costruzione architettonica di tutta l'opera, un pensiero dietro questa storia tutta umana e legata da interne corrispondenze e un indagare nuovo che ha rinnovato il romanzo moderno, col suo intimo rapporto tra realtà esteriore, vita pratica, sociale e vita interiore, che spiritualizza il vissuto e indaga i meccanismi della nostra mente e memoria. E' il ricordo, la visione interiore, unica verità conoscibile, la barriera al tempo, al dissolversi delle cose, lo strumento per ritrovare se stessi.
    Proust, nato il 10 luglio 1871 da una famiglia agiata che gli permise di vivere bene e dedicarsi al suo lavoro, è naturalmente da considerarsi autore di un unico libro, ma per arrivare a quell'opera c'è stato un percorso di vita e di scrittura, tra cui è da citare il volume 'I piaceri e i giorni', finissime prose d'occasione mondana ma già con una spiccata tendenza all'introspezione. Il suo lavoro è certamente tra quelli che più hanno affascinato intellettuali, artisti, filosofi, psicologi e ovviamente scrittori, indagato in ogni possibile aspetto, facendone un punto di riferimento imprescindibile per tutta la cultura contemporanea. Lo dimostrano anche i vari studi usciti quest'anno, per l'occasione, e citiamo solo i principali italiani, da Valerio Magrelli, 'Proust e Celine' (Einaudi), a Alessandro Piperno, 'Proust senza tempo' (Mondadori), da Giuseppe Scaraffia, 'Marcel Proust' (Bompiani) a Giovanni Raboni, 'La Recherche' di Proust' (Mondadori) e Luigi La Rosa, 'A Parigi con Marcel Proust' (Perrone).
   

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