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Ferdinand von Schirach, tante storie di vita

Tra caffè e sigarette umana ricerca di chi siamo diventati

(ANSA) - ROMA, 02 OTT - FERDINAND VON SCHIRACH, ''CAFFE' E SIGARETTE'' (NERI POZZA, pp. 142 - 17,00 euro - Traduzione di Chiara Ujka)

Erick Kastner, scrittore tedesco per ragazzi (1899-1974), autore del celebre ''Emilio e i detectives'', scrisse: ''Il passato deve parlare e noi dobbiamo ascoltare. Prima di ciò né per noi né per il passato vi sarà pace''. E' una citazione che fa Ferdinand von Schirach in questo suo libro, commentando: ''E' vero. Dobbiamo capire come siamo diventati, chi siamo. E che cosa possiamo perdere di nuovo''. Qualche pagina prima, ricordando la figura di suo nonno Baldur, responsabile della deportazione degli ebrei da Vienna che definì un suo ''contributo attivo alla cultura europea'' e finito sul banco degli imputati a Norimberga, aveva scritto: ''Forse anche io sono diventato quello che sono per la rabbia e la vergogna per le sue frasi e le sue azioni''. E il giudizio, esemplare, sintetico e umanissimo sul suo avo potrebbe essere: ''Una tragedia'', lo stesso qui riportato che l'avvocato Schilly, strenuo difensore dello Stato di diritto in processi politici degli anni '60 e '70, dette di un collega che divenne estremista di destra inneggiante a Hitler e finì in carcere con una condanna pesante. Ecco, queste pagine di notazioni, ricordi, appunti e riflessioni alla fine si rivelano molto autobiografiche e soprattutto vanno lette come un contributo proprio a capire chi siamo, specie in Germania in questi primi decenni del nuovo millennio, tenendo conto, come ricorda scrivendo nel 2018-19, che nel 1917 solo a Berlino sono stati registrati 947 atti contro gli ebrei, il 60% in più rispetto all'anno precedente. Un raccontare che ha un fondo etico preciso, non moralista ma di accettazione profonda dell'essere umano e di coscienza dei suoi limiti e delle sue risorse. Non bisogna quindi farsi trarre in inganno dalla piacevolezza della lettura, dalla leggerezza della nitida scrittura, da curiosità, fatti e spigolature di vario tipo e anche con una loro insita ironia, tra caffè e spirali del fumo delle sigarette, che è uno dei temi ricorrenti, forse anche per qualche verso simbolico.

Tra il racconto della frequentazione dei caffè letterari parigini o il ricordo di film come ''All'ultimo respiro'' (che è anche l'ultima sigaretta) o ''L'uomo che non c'era'', assieme a paradossali vicissitudini esemplari di opere d'arte moderne come quelle di Beuys, si parla della pena di morte, di morti in attacchi terroristici o in eruzioni vulcaniche, di processi esemplari (von Schirach oltre che scrittore è avvocato) e di uomini segnati dalla vita e fragili, ma anche donne più vitali, come una ex politica incontrata in treno che ha avuto la propria esistenza e salute totalmente sconvolta dalla furia della gente per aver detto, a suo tempo, un'unica frase: ''Anche i pedofili devono avere una possibilità di riabilitazione''. Sono storie di crisi e ingiustizie, cui a un certo punto si aggiunge improvvisa anche la confessione dell'autore della grave depressione che lo colpì dopo la morte del padre. Poi ci sono gli incontri non casuali con scrittori, da Lars Gustafsson o Michael Haneke a Imre Kertesz sopravvissuto adolescente a Auschwitz e Buchenwald, che anziano, vivendo solo, si apparecchia ogni giorno la tavola con tovaglia, candele, posate d'argento e bicchieri di cristallo, perché non ci si deve lasciar andare: ''Amare se stessi è chiedere troppo. Ma la forma deve essere preservata, è la nostra ultima fermata''. Così, quando va a trovare un suo ex cliente che sta morendo e aveva anni prima pensato si potesse digitalizzare il cervello umano per farlo vivere in eterno, conclude: ''Alla nostra nascita ci viene scagliata contro una freccia che ci raggiunge nel momento della nostra morte. Sul volo di ritorno a Berlino, poco prima di addormentarmi, penso ai 'Colloqui con se stesso' in cui Marco Aurelio scrisse che Alessandro Magno e i suoi mulattieri alla fine imboccarono la stessa strada''. 

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