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Equal pay e sport, da Oslo a Wimbledon quante lotte per la parità di genere

In Italia, è da poco realtà il professionismo delle donne del calcio

Equal pay: è il nome contemporaneo della 'battaglia dei sessi' dello sport che 50 anni fa diede vita all'incontro di tennis tra Billie Jean King e Bobby Rings. Negli Stati Uniti la questione è arrivata fino ai tribunali e anche nel resto del mondo la disputa è accesa. Il soccer made in Usa annuncia oggi con orgoglio di aver siglato uno storico accordo per la parità salariale di calciatori e calciatrici - in nazionale, ovviamente, perché per i club vale la "sacra" legge del mercato -, ma al di là dell'orgoglio a stelle e strisce c'è gia' una nazione che ha adeguato la parificazione salariale per colmare il 'gender gap', ed è la Norvegia.

Ma dal tennis al calcio professionistico, la lotta delle donne per essere trattate allo stesso livello dei colleghi uomini è lunga e dura, e non mancano le polemiche 'sessiste'. "Assurdo chiedere che le calciatrici guadagnino come i calciatori: quando il movimento farà le stesse entrate, sara' cosi'", disse qualche anno fa Frank De Boer, ex di Ajax Inter e Olanda. Ma quel momento è arrivato nel calcio Usa, sulla strada aperta nel 2017 da Oslo. Ancor prima era stato il mondo del tennis a dare un segnale importante per quanto riguarda gli Slam, anche se la disparità soprattutto tra i giocatori top resta: sponsor e tornei in giro per il mondo ancora fanno disparità. Il primo ad introdurre la regola è stato l'US Open nel 1973, l'ultimo il torneo di Wimbledon nel 2007, e fu la caduta di un vero e proprio tabù, dopo che per anni diversi tennisti, tra tutti McEnroe, avevano chiesto alle colleghe "di giocare al meglio di cinque set invece che di tre, se vogliono parità di montepremi". Ma non è tutto oro quel che luccica: Roland Garros dà premi uguali, ma solo ai vincitori. In giro per circuito professionistici, si calcola che il gender pay gap esiste eccome e che alla fine dei conti le tenniste donne guadagnano 80 centesimi contro ogni dollaro dei colleghi.

Certo, se si parla di guadagni assoluti, il gender gap è ancora fortissimo, e nessuno può imporre agli sponsor parità di trattamento: nell'annuale classifica Forbes degli sportivi più pagati, Messi è tornato a dominare con 130 milioni di dollari, la prima donna è Naomi Osaka, 19/a a quota 59 milioni, e Serena Williams è l'unica a farle compagnia tra i primi 50, per il resto tutti uomini. Nel calcio, dove si giocano 90' sullo stesso campo che siano calciatori e calciatrici, la motivazione è tradizionalmente stata legata alla differenza di investimenti degli sponsor, tv in testa: la vera domanda però è cosa riserva il futuro, mentre i dati dopo il Mondiale di calcio femminile del 2019 evidenziano una crescita esponenziale. In Italia, è da poco realtà il professionismo delle donne del calcio, e già si discute se esistono le coperture per la sostenibilità dei club: il cammino è ancora lungo. Un passo l'ha compiuto la federugby italiana, che nelle settimane scorse ha assicurato a 24 giocatrici della nazionale uno stipendio per potersi preparare al meglio.

Tutto questo mentre i dati Istat certificano, ad esempio, che da 10 anni ormai le donne praticano più sport degli uomini in Italia, con percentuali che oscillano tra il 52 e il 54%. E secondo un documento dell'European Institute for Gender Equality (Eige), è fondamentale che le organizzazioni sportive migliorino l'equilibrio di genere nei consigli e nei comitati esecutivi, nonché nella gestione e negli staff tecnici. Il vero gender gap nasce li'. Anche gli Stati sono chiamati a fare la loro parte. L'obiettivo? Eliminare norme e regolamenti che ostacolano la carriera sportiva delle donne.

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